Tra pochi giorni saranno trascorsi due anni dal 7 ottobre 2023. Data del terribile attacco della formazione politico-militare palestinese di Hamas a strutture militari e civili israeliane. Una formazione che ha agito in modo terroristico, colpendo civili inermi, oltre a militari in servizio.
Un attacco che ha causato più di mille morti, in gran parte civili, e il sequestro di circa 250 israeliani, ancora in buona parte non militari. Di cui almeno una ventina sarebbero ancora in vita.
Due anni terribili. La reazione israeliana all’attacco ha sbalordito tanti, fin da subito. Ma è degli ultimi mesi una rinnovata e molto più ampia consapevolezza nell’opinione pubblica globale. Il termine genocidio, riferito agli efferati attacchi dell’esercito israeliano IDF su Gaza e al supporto fornito ai coloni in Cisgiordania (dove Hamas non è mai stata presente), è ormai ampiamente utilizzato con approfondite basi giuridiche. I vertici del governo israeliano sono ricercati dalla Corte Penale Internazionale. Eppure, non manca giorno senza che siano registrate decine e decine di vittime civili. Bambini, anziani, donne, uomini, medici, giornalisti, insegnanti, alunni. La società palestinese è distrutta, così come città e villaggi, case e moschee, università e ospedali. Le forze armate israeliane non bombardano e uccidono civili soltanto in Palestina ma quasi quotidianamente anche in Libano e Siria. Di quando in quando in Yemen e ultimamente anche in Tunisia sulla “flotilla” e in Qatar per decapitare la delegazione di Hamas chiamata a negoziare la liberazione degli ostaggi con la stessa Israele.
Tutto ciò sembra non avere fine. Mentre senza mistero vengono presentati progetti immobiliari per lo sviluppo di località turistiche sulle ceneri e sulle ossa della Striscia di Gaza.
L’indignazione è montata nei mesi e con essa iniziative, manifestazioni, cortei, proteste di ogni tipo, in ogni luogo, di ogni continente. Dall’Australia al Messico, passando per Asia ed Europa.
A ciò si sono aggiunti boicottaggi verso merci o aziende israeliane. O azioni di sostegno esplicito alla “causa palestinese”. E veniamo al dunque, partendo dall’attualità.
Lush, nota insegna di cosmetici nata nel 1995 in UK, ha attuato un giorno di chiusura di tutti i suoi negozi del Regno Unito, circa 115, in solidarietà con il popolo palestinese. Un’azione indipendente e unilaterale con un forte impatto: tante condivisioni e un notevole “carico” di biasimo e insulti ma, soprattutto, di consenso e stima.
Probabilmente meno noto nel nostro paese il caso di Huda Beauty, la linea di prodotti di bellezza lanciata da Huda Kattan, makeup artist americana di origini irachene, beauty blogger, CEO e fondatrice della linea di cosmetici da miliardi di dollari Huda Beauty.
Huda Beauty ha espresso in più occasioni il sostegno alla popolazione palestinese, erogando donazioni milionaria a organizzazione attive in Palestina.
Ancora nel mondo beauty da segnalare le analoghe posizioni di Cosnova Beauty, un brand tedesco con fatturato attorno al miliardo, che si è espresso pubblicamente auspicando la fine delle stragi di civili in Palestina.
E che dire di Starbucks, accusata da diverse organizzazioni di sostenere indirettamente il governo israeliano e le sue politiche, è stata sottoposta a un boicottaggio che sembra essere una delle cause dei recenti risultati negativi della company, come ha riportato Yahoo Finance il 25 settembre.
Ma vediamo che anche il mondo degli eventi sportivi e delle fiere si sta muovendo, mentre si discute dell’esclusione delle squadre israeliane dalle competizioni UEFA, una squadra ciclistica israeliana non è stata ammessa a una competizione in Emilia Romagna, dopo le severe e pesanti contestazioni al La Vuelta spagnola. E Israele è stato escluso anche dalla fiera turistica TTG presso i quartieri espositivi della fiera di Rimini.
Non è la prima né l’unica azienda retail a schierarsi. In Italia, a giugno, Coop Alleanza (350 supermercati e ipermercati in Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo, Puglia e Basilicata) ha tolto dai propri scaffali i prodotti provenienti da israeliane. Come in modo simile aveva fatto Unicoop Firenze. Ma come non ha invece né gradito né appoggiato la direzione di Coop nazionale che ha affermato un principio categorico benché opinabile: “Boicottare prodotti in ragione della loro provenienza è un diritto dei consumatori in base alle proprie opinioni e sensibilità, non spetta alle imprese”. Opinabile perché non ci sono leggi, consuetudini o prassi che impediscano alle aziende, ai brand di schierarsi. Come dimostra il caso Lush.
E dunque arriviamo alla domanda clou che segue questa esposizione: aziende che perseguono valori, etici e politici, che sentono calpestati da vicende come quella palestinese, possono o devono prendere posizione?
Schierandosi possono incontrare la disapprovazione di parte dell’opinione pubblica e lo sfavore di parte dei propri clienti. Che possono decidere conseguentemente di non acquistare più determinati prodotti o in determinati punti vendita.
Mentre contemporaneamente possono incontrare e accrescere un favore valoriale, etico e/o politico, da parte di un’altra fetta della società e della clientela. Creando così un rapporto più forte e solido. Ma anche molto impegnativo, perché andrebbe mantenuto, alimentato, con impegno e coerenza.
Le 80 manifestazioni svoltesi il 22 settembre in altrettante località italiane, la partecipazione di attivisti e parlamentari (!) alla Flotilla che sta tentando di aprire un corridoio umanitario per Gaza ma anche le azioni dei portuali che bloccano il carico di armi su navi dirette in Israele, testimoniano che oggi il nostro paese è esposto in prima linea nel condannare il genocidio attuato dal governo di Benjamin Netanyahu.
Un elemento nuovo, drammatico, ma anche identitario, valoriale e infine di mercato su cui riflettere.
Senza arrivare a schierarsi apertamente e in modo eccessivamente impegnativo, azioni più semplici e in linea con le politiche promozionali più abituali, potrebbero trovare spazio. Un esempio banale: se una catena di supermercati decidesse di mettere in vendita bandiere palestinesi e il caratteristico tessuto per realizzare il copricapo Kefiah, venderebbero questi articoli in quantità considerevoli? Specie se parte del ricavato andasse a sostenere realtà che portano soccorso ai civili?
Sono certo di sì. Perché di fronte a tanto dolore e a tanta ingiustizia, qualcosa bisogna pur fare. E questo riguarda tutti gli attori sociali: cittadini, aziende, corpi intermedi e istituzioni.
Andrea Aiello











