È la napoletana Pamaf di Antonio Bernardo la società interessata a Kasanova, che potrebbe procedere al salvataggio dell’impresa dopo la rinuncia di OVS.
L’azienda campana figurava tra l’elenco dei possibili investitori già nel 2025 e il suo nome ritorna nel verbale del Cda di Kasanova dello scorso 9 febbraio.
Per ora, si tratta di una manifestazione di interesse regolarmente depositata, non ancora allo stadio di “offerta vincolante”. L’iter per il salvataggio di Kasanova però procede. Il prossimo 10 marzo è previsto un incontro fra azienda e parti sindacali, mentre il 18 marzo ci sarà un nuovo appuntamento al Mimit.
Intanto, il Tribunale di Monza ha già dato l’ok alla concessione delle “misure protettive” a favore di Kasanova, previste in questo tipo di procedure, che dureranno fino a metà giugno 2026. Un lasso di tempo congruo, per la società presieduta da Mario Brambilla e amministrata da Maurizio Ghidelli, che almeno in questa finestra è messa al riparo da nuove richieste dei creditori.
L’eccesso di franchising alla base della crisi
Il recente documento è interessante, sia perché contiene una sintesi dei motivi che hanno portato alla crisi di Kasanova, sia per alcuni retroscena che riguardano la marcia indietro di OVS.
Tra i motivi che hanno portato alla crisi, alcuni sono di natura esogena, come l’adeguamento alla Direttiva Omnibus (UE 2019/2161) che ha eroso i margini; un grave attacco informatico che ha colpito i server nel novembre 2023; gli effetti del blocco del Canale di Suez e le tensioni internazionali sull’approvvigionamento.
Ma uno dei punti sottolineati riguarda tempi e modalità della crescita: “Una crescita troppo rapida della rete in affiliazione (circa 300 nuovi punti vendita tra il 2020 e il 2023) con significativo assorbimento di capitale circolante e senza il previsto proporzionato ritorno in termini di redditività”. Cui si affianca una politica di acquisti di magazzino troppo espansiva tra 2021 e 2022.
Da qui, l’inizio della procedura concorsuale del 2024, che l’anno successivo aveva portato al processo per individuare un potenziale investitore (ne sono stati vagliati fino a 120), il cui intervento era vincolato a una robusta riduzione dell’indebitamento, da raggiungere mediante accordi con i creditori: 40 milioni di euro in meno.
Le accuse a OVS: “Retromarcia immotivato”
Da qui è seguito l’iter di cui si è già scritto: l’offerta ufficiale di OVS disponibile a investire 15 milioni mediante aumento di capitale, una prima deadline fissata al 31 dicembre 2025, poi prorogata al 4 febbraio, per raggiungere gli accordi con i creditori indispensabili al proseguimento e all’attuazione di un nuovo piano industriale. Un’offerta poi lasciata decadere.
È in questi passaggi che Kasanova accusa OVS di aver rinunciato, nonostante le condizioni richieste si fossero in realtà avverate.
In particolare, al di là dell’ok da parte dei creditori bancari, Kasanova sostiene di essere riuscita a ottenere ulteriori “stralci” del debito per 5,9 milioni di euro da parte dei creditori non finanziari (quindi fornitori e locatari) quale ulteriore paletto richiesto da OVS. “Ciò nonostante, il 4 febbraio OVS ha inopinatamente comunicato alla società l’interruzione dell’operazione” si legge nel verbale, dove Kasanova aggiunge che “si riserva di verificare eventuali profili di responsabilità in capo ad OVS”.
La nuova offerta, legata alla “spartizione” di Piazza Italia
Oggi, quindi, le speranze più concrete risiedono nella Pamaf, una holding della famiglia Bernardo, ossia i fondatori e proprietari della catena Piazza Italia. Proprio nei mesi scorsi, era avvenuta la spartizione definitiva di Piazza Italia, finita al 100% in mano a Luigi Bernardo. Era stata proprio Pamaf, tramite la controllata Alma, a cedere la partecipazione residua in Piazza Italia, che lo ha portato poi a detenere l’intero capitale.
Potrebbe essere quindi il fratello, Antonio Bernardo, il soggetto maggiormente impegnato nel possibile rilancio di Kasanova.
Adriano Lovera










