La stagione estiva segna il periodo di massimo afflusso dei parchi italiani. Fra tematici, acquatici, parchi avventura, il settore “cattura” ogni anno almeno 20 milioni di visitatori.
Secondo il Rapporto Annuale SIAE, nel 2025 gli ingressi sono stati 20.644.866, per una spesa complessiva in biglietteria di 306 milioni di euro. Tra i dati più significativi, c’è la crescita del valore generato: la spesa media per visitatore è cresciuta del 2% sull’anno precedente, mentre l’incasso medio per giornata dell’1,4%. Considerando i 50 parchi più visitati d’Italia, nel triennio 2025-2027 sono previsti ben 500 milioni di euro di investimenti in nuove attrazioni.

“L’aumento della spesa media pro-capite dimostra che il settore si sta indirizzando verso un modello più evoluto, in cui la crescita non si misura soltanto in termini di volumi, ma nella capacità di migliorare il valore dell’esperienza”, commenta Luciano Pareschi, presidente di AssoParchi (in foto). “Food & beverage, merchandising e servizi ancillari diventano leve fondamentali per qualificare la visita e diversificare i ricavi”.
Il comparto, che comprende oltre 400 parchi e genera un indotto economico di circa 8 miliardi di euro, sostiene nel complesso 60.000 posti di lavoro. “I grandi parchi divertimento sono ormai vere destinazioni turistiche”, conclude Pareschi.
“I parchi divertimento muovono milioni di visitatori ogni anno” aggiunge Giuseppe Ira, presidente di Leolandia, parco che l’imprenditore bergamasco aveva acquisito quasi vent’anni fa, quando ancora era Minitalia. “Hanno un impatto molto forte sul territorio e incentivano lo sviluppo di numerose attività commerciali nelle immediate vicinanze. Nel caso di Leolandia, ad esempio, sono sorti a poche centinaia di metri dal parco centri commerciali, fast-food, distributori di carburante e strutture ricettive”.

Il peso del food nei parchi
In un contesto del genere, la ristorazione non può che rivestire un posto di rilievo. Quanto “pesa” sul totale dei conti? E i parchi, come successo per aeroporti, stazioni e prima ancora centri commerciali, può essere un canale di sviluppo per le catene?
“L’incidenza della ristorazione sui ricavi spazia in media tra il 20 e il 30%, con punte fino al 40%. Molto, in questo caso, dipende dalla tipologia di parco, dal sistema di gestione interna, dalla formula di intrattenimento e dagli spazi disponibili” spiega Maurizio Crisanti, direttore generale di Assoparchi (foto in basso). “Ogni parco è un unicum. Si va dai parchi acquatici di dimensioni contenute, che offrono solo scivoli e piscine, in cui l’incidenza della ristorazione è anche inferiore. Fino ai grandi parchi acquatici e più ancora i parchi a tema, che offrono format più complessi, una permanenza più lunga e la moltiplicazione delle occasioni e delle opportunità di consumo. In questi casi, ci sono numerosi ristoranti, punti food e chioschi, con un’offerta molto diversificata, spesso allineata alle aree tematiche: dal western alla pizza, dal fusion al pesce, fino allo street food. Nel corso degli anni è aumentata anche l’attenzione verso gli ospiti che seguono regimi alimentari particolari, con, ad esempio, interi punti food dedicati ai prodotti e ai menù senza glutine”.

Un’offerta, finora, tutta gestita in casa
“In generale, i parchi divertimento tendono a non esternalizzare i servizi di ristorazione, se non per attività limitate. Questo dipende, in primo luogo, da questioni strategiche legate al controllo dell’esperienza offerta nel parco in tutte le sue forme” spiega ancora Crisanti di Assoparchi. “I punti ristoro sono una delle componenti fondamentali dell’esperienza: devono essere allineati alla tematizzazione, all’atmosfera, al racconto del parco, e devono essere coordinati tra loro, evitando, ad esempio, sovrapposizioni di menù o incongruenze nel pricing. Il food & beverage ha un valore importante per i parchi, che da tempo non vivono più solo sull’incasso della biglietteria: in Italia, ad esempio, i prezzi dei biglietti sono decisamente inferiori alla media europea, per non incidere eccessivamente sul potere di spesa delle famiglie. A fronte di un costo orario molto competitivo, i parchi devono avere il controllo totale di tutte le altre fonti di ricavo, come la ristorazione, ma anche, ad esempio, il merchandising”. E poi ci altri fattori che, almeno fino a oggi, hanno frenato l’ingresso delle catene in questo canale. Prima tra tutte la stagionalità che caratterizza per lo più i parchi acquatici.
Biasoni (Costa Edutainment): “Verso un giusto mix tra catene e brand proprietari”

Eppure, c’è chi punta fermamente sulla valenza dei parchi come terreno di investimenti dei grandi brand della ristorazione. “Se guardiamo al contesto, qualsiasi indicatore dice che la ristorazione in questo settore è desinata a crescere, sia in termini di volumi sia come mix di offerta” ragiona Cristian Biasoni (foto), manager con alle spalle dieci anni a capo di Chef Express, da questa primavera amministratore delegato di Costa Edutainment, il colosso che mette insieme asset come Acquario di Genova o Aquafan di Riccione, controllato dal fondo Nextalia, con la famiglia Costa ancora azionista al 30%.
“I flussi turistici in Italia continueranno a crescere. Specialmente dal post Covid, il cliente è diventato sempre più evoluto, dalle autostrade agli aeroporti, abbiamo assistito a un cambio epocale rispetto all’attitudine verso il cibo: le persone non si accontentano più di nutrirsi, di riempire lo stomaco. Cercano gratificazione ed esperienza, naturalmente diversificate secondo gusti, momenti della giornata, capacità di spesa. Ecco perché il nostro mercato va sicuramente nella direzione di un innalzamento della qualità e del mix di offerta”. Ma perché la “soluzione” dovrebbe arrivare dalle catene?

“La ristorazione nei parchi tradizionalmente è stata vista come servizio ancillare, senz’altro in grado di produrre margini, ma non sempre con focus sulla qualità o sul cliente” prosegue Biasoni. “Aumentare e mantenere la qualità comporta dei costi e un’organizzazione specifica, che i parchi, soprattutto se stagionali, difficilmente possono avere internamente. Inoltre, oggi i clienti ricercano sempre più i brand conosciuti, questo è indiscutibile. Dunque, in futuro, si tratterà di capire con quale formula raggiungere un trade off positivo per entrambe le parti, magari con un accordo di concessione o di franchising. Ma la direzione è questa”. Quindi, all’interno di Costa Edutainment, quale potrebbe essere l’evoluzione? “In Costa stiamo valutando come interpretare lo scenario. Diciamo che, nei prossimi cinque anni, prevedo che i nostri parchi ospiteranno un mix fra brand di proprietà e altri affidati in concessione o gestiti in franchising, così da incontrare le esigenze e le richieste dei nostri clienti”.
Adriano Lovera











