In sette anni il commercio italiano ha perso quasi 96 mila punti vendita (-14,4%), eppure non è un settore in declino.
Il fatturato complessivo del commercio al dettaglio aumenta di circa il 26%, passando da 327 a oltre 411 miliardi di euro, cioè una quota intorno al 18% del Pil nazionale. L’andamento dei ricavi naturalmente varia a seconda dei canali, ma spicca per esempio quello dei discount che nell’arco di osservazione della ricerca, hanno praticamente raddoppiato le vendite (+101,1%).
È questa la fotografia che emerge dal Rapporto sul commercio 2026 di Confcommercio, che ha preso in esame il periodo 2018-2025.
Meno negozi, più superfici, addetti in tenuta
Il dato forse più significativo è che, a fronte della forte riduzione dei negozi, l’occupazione tiene. Tra il 2018 e il 2025 gli addetti sono diminuiti appena dell’1,8%, mentre il numero medio di lavoratori per punto vendita è salito di circa il 15%. In altre parole, chiude soprattutto il commercio più piccolo e indipendente, mentre le imprese più organizzate aumentano dimensioni, produttività e capacità competitiva. Non a caso il rapporto parla esplicitamente di una “riallocazione verso operatori più strutturati”.

La grande distribuzione alimentare rappresenta l’esempio più evidente di questa trasformazione. Gli esercizi non specializzati perdono complessivamente l’8,5% dei punti vendita, ma gli addetti crescono del 4,1%. I supermercati riducono leggermente la rete (-3,6%), ma aumentano l’occupazione di oltre l’8%, segno che le superfici rimaste sono mediamente più grandi ed efficienti. Ancora migliore la performance dei discount, unico format in netta espansione con un incremento del 7,4% dei punti vendita, favorito dalla ricerca di convenienza da parte delle famiglie dopo anni di forte inflazione, che tra il 2018 e il 2025 ha fatto salire i prezzi al consumo del 19,8%.
Più difficile, invece, la situazione degli ipermercati. Pur mantenendo sostanzialmente stabile il numero delle strutture (+1,6%), registrano una significativa riduzione degli addetti, confermando la crisi di un modello commerciale che da anni appare meno attrattivo rispetto ai format più flessibili. Sostanzialmente stabili anche i grandi magazzini, mentre continua la crescita dell’e-commerce, che aumenta del 13,6% nel numero delle imprese e del 7,9% negli occupati, confermandosi uno dei principali motori della trasformazione distributiva.
Male i negozi vicinato, bene le farmacie, più società di capitale
Il quadro cambia quando si guarda al commercio tradizionale. Sono proprio i negozi di vicinato a pagare il prezzo più alto del cambiamento. I piccoli negozi alimentari perdono il 17,9% delle attività, i minimercati registrano la stessa flessione, i punti vendita dedicati alla casa e alla persona arretrano del 15%, mentre il comparto dell’abbigliamento, delle calzature e della gioielleria perde il 15,5% dei negozi. Ancora più pesante il bilancio degli esercizi dedicati ai consumi culturali e ricreativi – edicole, librerie, cartolerie, negozi di giocattoli e di strumenti musicali – che registrano un calo del 21,9%, secondo soltanto agli ambulanti, che vedono scomparire oltre un quarto delle attività (-27,3%).

Tra le poche eccezioni positive del commercio specializzato spiccano le farmacie, che aumentano del 4,2%, sostenute da una domanda meno sensibile alle oscillazioni economiche e dall’ampliamento dei servizi dedicati alla salute e al benessere. Anche il comparto della tecnologia mostra segnali favorevoli: i punti vendita diminuiscono solo marginalmente (-4%), mentre gli addetti crescono di oltre l’8%, indicando anche in questo caso una progressiva concentrazione verso operatori di dimensioni maggiori.
Per Confcommercio, alla base di queste trasformazioni non c’è soltanto l’evoluzione dei modelli distributivi, ma anche un profondo cambiamento della società italiana. L’invecchiamento della popolazione, la crescita delle famiglie unipersonali, la riduzione del tempo dedicato agli acquisti e la maggiore attenzione al prezzo stanno modificando i comportamenti di consumo e premiando i format che offrono convenienza, assortimento, servizi ed efficienza organizzativa
Il rapporto, infine, evidenzia che cresce in modo molto marcato il peso delle società di capitali nel commercio al dettaglio. Nel 2012 rappresentavano appena il 9% delle imprese del settore; nel 2025 la quota è salita al 17,4%, praticamente raddoppiando in poco più di un decennio.











